Inizio dicendo che poter anche solo leggere alcune delle opere di Ghiorgos Seferis è stata un'esperienza davvero interessante per me. In poche parole, il poeta ha saputo riportare il lettore a concetti complicati e semplici allo stesso tempo. Non è sempre facile capire la profondità delle parole altrui, perciò sorge il bisogno di rifletterci, farsi qualche domanda e darsi qualche risposta. Non tutti gli argomenti da lui trattati infatti mi toccano da vicino, perché in base a ciò che si è vissuto si può comprendere il mondo e le sue sfaccettature più complesse. Cercherò quindi di parlare di ciò che mi ha colpito di più, pur non essendo una grande argomentatrice...
Si capisce che dietro ogni opera di Seferis c'è una profonda riflessione: del resto c'è sempre, dietro un'opera d'arte.
Per quanto mi riguarda, mentre sono state lette le sue opere in classe, mi sono sentita come attirata da esse e dalla loro armonia. Forse è ridicolo pensarlo, ma ho percepito delle parti di me riemergere da un lago buio, dimenticato, a cui non badavo più. Mi sono ritrovata tra le sue frasi, tra quelle righe scritte con tanta dedizione e mi è anche ritornata l'ispirazione di scrivere!
Quello su cui però vorrei soffermarmi non è tanto la bravura del poeta, ma il fatto che mi abbia ricordato me stessa. Secondo il mio parere, infatti, è proprio questo lo scopo di poeti, scrittori e letterati: far sentire le persone coinvolte, trasportate da parole mute e pensieri a lungo - e spesso - taciuti. Farle sentire partecipi di qualcosa. Trascinarle via da un mondo di caos, sofferenza e monotonia.
Mi sono soffermata su di lui come avrei potuto farlo su altri autori. Tutti hanno opinioni chiaramente diverse e quindi parlano, scrivono, vivono in modo diverso dagli altri. Il bello è che si può ritrovare un piccolo pezzo di sé in ogni persona che si incontra. Una delle tante cose che mi ha ricordato Seferis è l'importanza di esprimersi e di sfogarsi, quando serve.
Il modo unico, studiato e soprattutto riflettuto che ha di scrivere mi ha fatto sorridere sinceramente: mi sono ritrovata nelle sue parole. Certo, ci sono autori più o meno vicini a noi, ma -ne sono convinta - le parole alla fine sono sempre troppo poche per riuscire ad esprimersi al meglio.
Rischiavo di non parlare di ciò ha scritto effettivamente, continuando invece a rifletterci e rimuginarci sopra. Nell'VIII poesia tratta dalla raccolta "Tre Poesie Segrete", del 1966, Seferis si è espresso comparando la sua vita a un foglio bianco. Come ho scritto prima, leggendo questa lirica mi sono sentita coinvolta. Voglio dire: a chi non capita di sentirsi la testa scoppiare a furia di accumulare pensieri? Talvolta pensare è così sovrastante che sento il bisogno di buttare tutto fuori, ma non mi è possibile. Perciò scrivo. Per questo sono d'accordo con lui e sento - spero - di aver capito davvero cosa intendesse con quelle semplici, ma intricate parole.
Perché, riflettendoci sopra, cosa siamo, se non degli animali troppo evoluti? E cosa saremo, se non ricordi che andranno dimenticati?
Gaia Ferrigolli, 2UB
